La troupe di Great Migrations è riuscita a raccogliere straordinari filmati di quella che è considerata la più grande migrazione di mammiferi terrestri: quella degli gnu. Cosa in particolare vi ha colpito di questo straordinario spostamento di massa?
Quella degli gnu è una delle migrazioni più grandi e conosciute del mondo, che ogni anno mobilita più di un milione di animali al seguito delle piogge. Lungo il cammino le bestie devono attraversare diversi fiumi. Il branco è già stato qui l'anno precedente, e la cosa interessante è stato notare chi era a prendere le decisioni sul cammino. Sono state le madri, che scortavano i loro piccolo, e non i maschi, a guidare la carica. E anche con le zebre è stato così. Come era da aspettarsi i coccodrilli erano pronti ad attenderli, coccodrilli giganteschi.
Ovviamente sapevamo che non tutti gli animali sarebbero riusciti a guadare il fiume sani e salvi. Noi tutti abbiamo già girato molte scene drammatiche, ma forse la cosa più straziante è stato quando abbiamo visto una madre di gnu con il suo piccolo che parevano avercela ormai fatta... ma ecco che all'ultimo secondo esce fuori un coccodrillo che afferra il piccolo e lo trascina giù nel fiume. Per noi è stata dura assistere alla scena di persona, e anche nel programma è una sequenza che fa spezzare il cuore. Ma offre una potente dimostrazione del pericolo che questi animali devono affrontare lungo la migrazione, e tutto questo solo per trovare il cibo per sopravvivere.
Nonostante una serie di difficoltà, tra cui delle piogge impreviste che hanno provocato un momentaneo cambiamento di rotta nella migrazione, siamo riusciti a documentare questo ciclo vitale per intero, cosa molto difficile da fare nell'arco di una sola stagione. La migrazione degli gnu è talmente iconica che è difficile parlare di questo argomento senza includerli nel discorso. La sfida per noi è stata cercare di farlo in modo diverso, usando telecamere sofisticate, riprese aree all'avanguardia e incredibili filmati slow-motion ad alta definizione.
Una delle situazioni di maggior pericolo l'avete affrontata in Sudan per riprendere la migrazione dei cobi dalle orecchie bianche. Durante questo segmento avete avuto delle disavventure?
Il Sudan è un posto veramente rischioso da visitare, perché il paese sta or ora emergendo da decenni di rovinose guerre civili. Siccome per più di vent'anni è stato molto difficile accedervi, scienziati e ricercatori non sapevano per certo se i cobi dalle orecchie esistessero ancora. L'ultima volta che erano stati ripresi è stato nel 1982. Collaborando con i colleghi della Wildlife Conservation Society, National Geographic è riuscita ad ottenere un lasciapassare per realizzare questa storia. Il viaggio è stato epico: la troupe ha viaggiato fuori strada per giorni e giorni, nel mezzo del nulla, in camion vecchi di 40 anni, su un terreno disseminato di mine e frequentato da ex soldati armati di AK-47. Sono molto orgoglioso di quello che la troupe è riuscita a fare per documentare questa migrazione, un lavoro che ha richiesto una grande fiducia e collaborazione da parte di tutti.
Al nostro arrivo invece di una pianura deserta abbiamo trovato una fiorente popolazione di cobi, quasi un milione di esemplari, pensiamo. In termini di numero e di distanze percorse la migrazione di questi animali è paragonabile a quella degli gnu. E noi siamo riusciti a filmarli in questo momento particolarmente entusiasmante, sia dal punto di vista scientifico che delle suggestioni che evoca. Durante la migrazione della stagione secca tutti i maschi di cobo si radunano in un'ampia arena di combattimento e si battono per conquistare l'attenzione delle femmine. Talora questa lotta può anche essere mortale. Per il resto dell'anno i cobi non tendono a concentrarsi in gruppi così numerosi, ma piuttosto a sparpagliarsi.
I cobi si sono dimostrati molto schivi, e girare queste scene è stato molto difficile. Però è stato incredibile poterli vedere, documentarli in video e contribuire ad approfondire le conoscenze su questi animali e i loro modelli migratori e, di riflesso, su questa regione.
La migrazione in Mali è incredibilmente drammatica. Che tipo di difficoltà avete trovato, o che precauzioni avete preso, per riprendere gli elefanti del Mali?
Gli elefanti del Mali sono stati filmati raramente. E siccome in passato sono stati oggetto di una caccia spietata per le loro zanne d'avorio sono estremamente diffidenti, e riprenderli così da vicino per noi è stato veramente difficile.
Per evitare che avvertissero la nostra presenza abbiamo dovuto adottare una serie di precauzioni supplementari. Per cui, a dispetto delle temperature torride, che raggiungono regolarmente i 48 gradi centigradi, per tutta la permanenza la troupe non ha potuto utilizzare shampoo, lozioni, sapone e abiti lavati di fresco. Inoltre ci siamo dovuti tenere sempre sopravvento rispetto agli elefanti, per non farci scoprire.
Il nostro cameraman Bob Poole è molto esperto di riprese con gli elefanti e dei loro comportamenti. Ogni giorno Bob usciva verso il branco, sempre tenendosi sopravvento sapendo che non avrebbe avuto vie di fuga e che il nostro veicolo era troppo lontano, e che se gli elefanti lo avessero annusato avrebbe corso il serio pericolo di essere attaccato. Ma Bob se l'è cavata brillantemente, e ha ottenuto quelle che penso siano le migliori riprese mai effettuate sugli elefanti del deserto.
Che mi dici delle acrobazie che la troupe ha affrontato per riprendere i falchi pellegrini e altri migratori lungo il corridoio del Mississippi?
Il fiume Mississippi dà asilo a una delle popolazioni di uccelli migratori più grandi del Nord America; noi li abbiamo seguiti per due anni. Quando l'inverno cede il passo alla primavera migliaia e migliaia di anatre, oche, pellicani, cigni e rapaci multicolori convergono in questo corridoio in cerca di cibo e riposo lungo il viaggio verso nord, o verso sud.
In questa zona abbiamo realizzato delle stupende riprese dei falchi pellegrini. Appollaiati sulle alte rocce che circondano il fiume, se ne restano seduti in attesa che passi la migrazione degli oscini. Siamo anche riusciti a filmare il nido di un falco selvatico mentre la femmina arrivava portando una preda per i suoi piccoli.
Per riuscirci Neil Rettig (l'operatore) per due settimane ha trascorso 12 ore al giorno in un nascondiglio per metà sospeso fuori da una roccia alta 120 metri. Al mattino saliva su, poi se ne restava seduto immobile per 12 ore ad aspettare il momento ideale per riprendere i falchi senza spaventarli, poi la sera scendeva giù appeso a una corda. Nessuno che io conosca è mai arrivato a tanto per documentare il nido di un falco pellegrino.
Parliamo di un'altra migrazione "volante", quella dell'effimera, e di come il rischio di eventi tanto elementari come un temporale possa alterare l'equilibrio ecologico.
L'effimera intraprende una sorta di migrazione verticale: le larve eruttano dal letto del Mississippi, risalgono in superficie, si arrampicano sulle piante e gli alberi, poi mutano, si involano e si radunano a milioni. Noi volevamo riprendere una di queste imponenti adunate, che per gli uccelli rappresentano un eccezionale banchetto, e mentre eravamo in cerca di una di queste nubi di insetti è successa una cosa buffa. Il servizio meteorologico ci ha chiamati per avvisarci che nella zona c'era un temporale. Ma in realtà non si trattava di nubi temporalesche, ma di un'imponente raduno di effimere! Così ci siamo addentrati in quell'oscurità e abbiamo girato alcune scene davvero interessanti. Secondo la squadra dei cameraman, durante la ripresa nella loro barca sono caduti qualcosa come 270 chili di effimere morte o morenti.
Al di là delle telecamere ad alta tecnologia e definizione, che ruolo ha avuto la tecnologia nella realizzazione di questa produzione?
Il GPS è stato il nostro salvavita. In moltissimi posti in cui abbiamo girato non c'erano strade, sentieri o modi per stabilire facilmente la nostra posizione. Siamo stati in zone che nessuna troupe aveva mai visitato prima. Il fatto di poter utilizzare le tecnologie di posizionamento globale per rilevare la nostra ubicazione e riuscire a ritrovare ogni volta esattamente lo stesso posto ha avuto un'enorme importanza. Questo ci ha consentito di farci strada in praterie dove la vegetazione era molto più alta della nostra macchina, e di trovare e seguire le colonie di formiche legionarie, che è come cercare un ago semovente in un pagliaio grande come una foresta.
Ma per quanto la tecnologia abbia potuto aiutarci nel lavoro, l'esperienza e l'istinto della nostra troupe sono state altrettanto importanti. Sapere intuitivamente cosa potrà fare un elefante... riuscire a individuare i capodogli a grande distanza riconoscendo all'istante i loro sbuffi tra le creste delle onde - specie trovandosi in pieno oceano in giornate grigie e ventose - sono cose possibili solo dopo che anni e anni di esperienza ti hanno insegnato esattamente cosa cercare a occhio nudo.
E a volte i nostri tentativi "low-tech" hanno dato proprio i risultati che ci servivano. Ad esempio in mare abbiamo scoperto che i capodogli sono estremamente sensibili ai silenziosissimi motori montati sulla nostra barca. Così abbiamo dovuto ripiegare su un kayak gonfiabile azionato a pedali.
Considerando che le migrazioni coinvolgono una dura lotta tra la vita e la morte, avete vissuto momenti particolarmente toccanti?
Filmare la migrazione delle zebre è stata un'esperienza molto difficile e drammatica. Il deserto salato del Botswana è una vera fornace di caldo, polvere e sale. Un'ambientazione molto difficile per girare, ma Dereck e Beverly Joubert sono due cineasti tra i migliori del pianeta, e si sono immersi in questo inferno con grande entusiasmo.
Una scena che abbiamo girato è stata particolarmente straziante. In quell'inferno di caldo una femmina di zebra è caduta morta, lasciando il suo piccolo abbandonato. Il puledro era smarrito e sostanzialmente inerme. Ma con un atto sorprendente lo stallone del gruppo familiare, che normalmente avrebbe abbandonato il puledro, si è fermato mentre il resto dell'harem proseguiva, lasciando indietro proprio LUI. Nessuno può affermarlo con certezza, ma pareva che lo stallone si attardasse per salvare il suo piccolo, per cercare di far sì che il figlio adottasse LUI come genitore da seguire. Naturalmente il suo avrebbe anche potuto essere un tentativo di riunire il puledro con la mandria, come gli stalloni naturalmente fanno con il loro harem. E alla fine il puledrino ha fatto proprio questo: ha seguito lo stallone lasciando la madre morta in pasto agli avvoltoi e agli sciacalli. È stata una scena profonda e commovente, che è diventata il punto focale dell'episodio intitolato La lotta.
La producer del segmento sulle farfalle monarca sul suo blog ha parlato dell'esperienza emotiva che ha vissuto riprendendo la loro migrazione. Una delle sue paure più grandi è quella di volare, e sapeva che per filmare le farfalle avrebbe dovuto salire su un piccolo parapendio a motore con un pilota. Ma ha scritto che quel giorno, trovarsi lassù in aria a riprendere le farfalle in slow-motion ad alta velocità per cogliere ogni singolo battito d'ala è stata un'emozione travolgente, e rideva mentre lacrime di felicità le scendevano giù per il volto.
A parte le immagini grandiose, Great Migrations offre anche una straordinaria documentazione sulle migrazioni animali, e coglie perfino qualche comportamento mai osservato prima. Dalle vostre riprese gli scienziati hanno appreso qualcosa di nuovo sulle migrazioni?
La mandria di elefanti che abbiamo ripreso in Mali è la più grande e quella che compie la migrazione più lunga tra tutti gli elefanti africani. Questo ci ha offerto tempo e numeri sufficienti per studiare, osservare e imparare.
Inoltre penso che il nostro sia il girato più completo esistente sulla migrazione dei granchi dell'Isola di Natale, senza contare che siamo stati la prima troupe a riprendere i cobi in Sudan da quasi trent'anni.
La parte Scienza della migrazione documenta il lavoro degli scienziati impegnati ad applicare i trasmettitori sulle farfalle, un esperimento mai realizzato prima d'ora.
In genere penso che siamo riusciti a riprendere con una completezza senza precedenti una serie di migrazioni, come quella delle zebra del Botswana, degli elefanti del Mali, dei granchi rossi dell'Isola di Natale, delle volpi volanti in Australia, delle formiche legionarie in Costa Rica e dei grandi squali bianchi del Pacifico.
Anche le nostre riprese sullo squalo bianco che attacca e consuma gli elefanti marini offrono un livello di dettaglio mai visto prima, e sono visivamente eccezionali.
Le riprese aeree di alcune di queste migrazioni sono spettacolari, ma ci sono anche delle straordinarie immagini subacquee dei granchi rossi che rilasciano le uova, e poi della schiusa delle uova stesse. Puoi raccontarci questa esperienza?
Per filmare i granchi rossi siamo andati sull'Isola di Natale (tra l'Australia e l'Indonesia). Una volta l'anno, all'arrivo dei monsoni, quasi 50 milioni di granchi si mettono in marcia attraverso la foresta per raggiungere l'oceano. Una migrazione da non credere, e una di quelle che personalmente mi affascinano di più. In verità era questa la migrazione che non volevo perdere, a cui volevo assistere con i miei occhi. L'anno in cui abbiamo filmato i granchi le piogge che danno il la alla migrazione sono state più scarse che negli anni precedenti, così i granchi lungo il cammino hanno sofferto. I terreni scoperti sono micidiali per loro, perché il sole e il calore asciugano i polmoni fino a farli morire. Per i granchi ogni goccia di pioggia è letteralmente una boccata d'aria. Un altro pericolo che incontrano prima di arrivare al mare sono delle formiche gialle molto invasive; queste spruzzano acido negli occhi del granchio, che accecato non riesce più a muoversi e muore sotto il sole.
I maschi raggiungono la spiaggia per primi e scavano le buche per le femmine; una settimana dopo queste arrivano e si sotterrano nelle buche in attesa che le uova, anche 100.000 alla volta, si sviluppino. Poi accade il miracolo. Seppur nascoste sottoterra, le femmine sanno riconoscere la notte in cui la luna è più piccola, e quindi la marea più bassa, così escono fuori dirette verso la battigia, ed entrano in acqua per deporre le uova. E l'acqua da blu, con tutte quelle uova, diventa nera.
Di solito la maggior parte delle uova si sparpaglia di qua e di là e per buona parte viene divorata dai pesci o dispersa dalle mareggiate. Solo ogni tanto si verificano le circostanze favorevoli che consentono alle uova di tornare a riva.
Noi siamo stati profondamente fortunati - e preparati. Siamo riusciti ad assistere alla schiusa e a veder emergere le minuscole creature simili a gamberetti dette megalopi. Ma il vero miracolo è stato vedere milioni di questi minuscoli granchietti emergere dal mare e invadere le spiagge per iniziare a loro volta il ciclo perpetuo della migrazione partendo dal mare per arrivare alla foresta. Una cosa da mozzare il fiato.
Avete avuto problemi meteorologici che si sono ripercossi sulle riprese e che non vi aspettavate?
Quando siamo andati in Wisconsin ci aspettavamo di vedere centinaia di farfalle monarca, e invece non ne abbiamo trovata praticamente nessuna. Uno dei nostri esperti che le studia da 30 anni era scioccato. Normalmente in quella regione e in quel periodo dell'anno se ne trovano a centinaia. Stavolta penso che ne abbiamo contate al massimo 7. Secondo lui è stato a causa del freddo inaspettato. L'anno che abbiamo girato laggiù sono successe un sacco di cose. Le farfalle monarca si nutrono e si riproducono usando l'albero di seta, ma a causa del freddo la pianta non è riuscita a svilupparsi. Di solito è alta un metro e mezzo, ma stavolta raggiungeva solo 12 centimetri. Questo ha creato grosse difficoltà, ma la troupe è riuscita a cavarsela lo stesso egregiamente e ha riportato a casa alcune tra le immagini più belle della serie.
Ripensando all'intero progetto Great Migrations, quali sono stati i fattori più importanti che hanno fatto di questa produzione un grande successo?
Due qualità importanti durante il progetto sono state la perseveranza e la pazienza. Altrimenti avremmo perso tutti questi piccoli momenti e miracoli. Ma credo che ci siamo preparati bene, e così eravamo pronti praticamente a qualunque evenienza.
I comportamenti migratori che un tempo seguivano un calendario infallibile oggi stanno cambiando. Ad esempio per le prime riprese alla Falkland volevamo essere lì in coincidenza con la finestra di due settimane in cui arrivano i pinguini crestati. Ma quando siamo arrivati i pinguini erano già lì. Molti modelli di comportamento animale sembra stiano cambiando, e alcuni scienziati dei nostri team pensano che in ciò sia coinvolto il cambiamento climatico. Questi cambiamenti nei modelli di comportamento animale ci hanno presentato delle grosse difficoltà, ma siccome nei nostri team avevano il meglio del meglio dei professionisti, siamo riusciti a proseguire il lavoro e a ottenere immagini spettacolari. Speriamo di riuscire a mostrare al mondo che tipo di effetti il cambiamento dell'ambiente e l'impatto umano hanno sulle migrazioni animali.
A proposito di cambiamento climatico, siete riusciti a far luce sul ruolo dei ghiacci nelle le migrazioni animali, in particolare del tricheco?
Nessuno aveva mai ripreso prima il viaggio dei trichechi del Pacifico, e ora nel nord-est della Russia si stanno verificando degli importanti cambiamenti climatici. Questi animali sono molto grossi, più grandi dei loro cugini atlantici, e ogni anno migrano dall'Alaska alla Russia via via che i ghiacci compiono un movimento circolare attorno alla regione polare. Per sopravvivere i trichechi hanno bisogno del ghiaccio, ma quest'anno (e ormai anche per un paio di anni passati) quando le femmine e i piccoli si sono messi in viaggio per raggiungere la Russia, i ghiacci su cui tradizionalmente si issano lungo il cammino sono stati insufficienti.
I maschi arrivano per primi sulle spiagge nel nord-est della Russia, un'area remota chiamata Chukotka. Quando escono dall'acqua sono pallidi o cinerei. Tutto il loro sangue è completamente rimescolato dal viaggio estenuante. Poi quando si riscaldano al sole diventano rosa.
Quando arrivano le femmine e i cuccioli, di solito si riposano sui ghiacci, ma stavolta non ce n'erano abbastanza. Così si sono dovute arrampicare a riva insieme ai maschi in un ammasso epico e tragicamente accalcato. Per trovare un luogo di riposo sicuro i trichechi si sono dovuti arrampicare sui pendii e le scarpate intorno alla costa. Il loro enorme peso (i maschi possono pesare fino 2 tonnellate e raggiungere la lunghezza di tre metri e mezzo) e il devastante stress di questa situazione hanno un prezzo altissimo: ogni anno centinaia di trichechi muoiono schiacciati dalla fatica della migrazione e dal cambiamento dei ghiacci. Si sta preparando una potenziale crisi, che per il momento si svolge in questo remoto angolo del mondo.
Cosa significa questo progetto per voi e per l'intero team di Great Migrations?
Per tutti quelli che vi hanno partecipato Great Migrations di National Geographic è stata un'odissea durata tre anni. Anche per noi è stata una sorta di migrazione, sia come team che come individui. Un'avventura che ha sfidato le nostre capacità, ci ha sfiniti e, alla fine, ci ha arricchito lungo il viaggio. Per questa produzione di tre anni ci siamo rivolti ai più raffinati documentaristi del mondo, che hanno condiviso con noi le loro abilità e si sono spinti a nuovi estremi.
Sin dal primo giorno in questo progetto c'è stato qualcosa di diverso. Forse è stata l'inedita scala della produzione e l'incredibile dispiegamento di risorse investito per la sua riuscita. Dal Sudan alla Siberia, dal'Australia alle Amazzoni, dal Perù a Palau, i produttori di Great Migrations hanno sopportato tutte le difficoltà ambientali e i pandemoni di produzione che si possano immaginare. Ogni singolo filmato degli oltre 50 realizzati è stato ottenuto a costo di imprese eroiche, che hanno visto i cineasti di National Geographic lottare, e vincere, in ogni parte del mondo.
Tre anni fa il team di Great Migrations è partito con una grande ambizione: volevamo trasformare radicalmente il modo degli spettatori di vedere le creature migratrici. La nostra squadra si è data un mantra: sin dai primissimi giorni abbiamo pensato che al termine del nostro lavoro, quando la gente avesse visto la serie, il giorno dopo si sarebbe alzata per guardare il cielo, il mare o un campo, e avvistando un gruppo di creature migratrici non si sarebbe semplicemente soffermata distrattamente a pensare "Oh... non è bellissimo...." ma invece si sarebbe fermata a dire, "Oh... sto facendo il tifo per te...."
La nostra speranza è che le immagini dei nostri film e di tutti gli altri prolungamenti del progetto possano servire come una sorta di pietra di paragone per le nostre vite. E ricordarci che la vita esiste solo quando ci muoviamo tutti insieme, e sopravviviamo come un tutt'uno.
In inverno i trichechi del Pacifico migrano verso sud seguendo gli spostamenti dei ghiacci.
Uno speciale dedicato ai risvolti scientifici di Great Migrations
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